
Durante AIWeek 2025, Raffaele Gaito - autore ed esperto di growth hacking -ha fatto un intervento con una riflessione provocatoria: “L’intelligenza artificiale ci sta rendendo più stupidi?”.
Un tema, quello della tecnologia che ci potrebbe rendere meno intelligenti, che ha catturato subito l’attenzione, con esempi anche storici - dal predicatore Enos Hitchcock che asseriva "i romanzi rendono stupiti i giovani", a Socrate che accusava la parola scritta.
Ma Gaito è ottimista sulla tecnologia - come del resto anche io - ed ha indicato 7 consigli per non rattrappire il cervello, con l'AI.
Così questo articolo raccoglie i sette errori comuni con l'uso dell'AI che Gaito ha individuato e i suggerimenti per evitarli.
Li riporto, perchè mi trovano d'accordo. Ed a ciascuno aggiungo il mio punto di vista, come professionista di digital marketing.
L’errore è prendere per buono qualsiasi output generato dall’AI, senza fact-checking.
Gaito ha usato una metafora efficace: trattare ChatGPT come un oracolo. Ma l’oracolo, nella sua mitologia, non è mai affidabile alla lettera. L’AI è un assistente, non un’autorità.
Il mio punto di vista: da marketer, so che una fake news condivisa può danneggiare un brand in pochi minuti. Anche se ChatGPT genera contenuti di qualità, occorre sempre verificarne la fondatezza, soprattutto quando si usano numeri, date o dati di mercato. Lavorare con AI significa doppia responsabilità: tua e dello strumento.
L’errore: delegare all’AI il processo di apprendimento e aggiornamento, diventando passivi.
Gaito lo ha definito “dipendenza cognitiva passiva”, come chi non riesce più a orientarsi senza Google Maps. Chat GPT è come un trampolino: mezzo utile, certamente, ma il salto lo devo fare io, la direzione la scelgo io, la tecnica di stare in aria dopo il salto è mia, non del trampolino. E se non studio, non mi informo, non mi alleno, il trampolino in sè avrà basse performance.
Il mio punto di vista: per un marketer digitale, studiare è sopravvivenza. L’algoritmo di Meta cambia ogni mese, Google aggiorna le linee guida SEO ogni settimana. Chi si affida solo all’AI si ritrova presto obsoleto. Io uso ChatGPT per sintetizzare, non per sostituire lo studio.
Secondo uno studio di McKinsey, le aziende che formano i propri team su come integrare AI con le competenze umane ottengono un vantaggio competitivo del 30% in termini di crescita (fonte).
L’errore: fidarsi ciecamente di quanto generato, senza un filtro umano.
Riporto un caso con Air Canada: un chatbot della compagnia aerea fornì una risposta errata su una politica di rimborso, inducendo un cliente a fidarsi dell’informazione e ad acquistare un biglietto che non poteva essere effettivamente rimborsato. Nonostante Air Canada abbia tentato di attribuire la responsabilità al chatbot come entità separata, il tribunale ha chiarito che l’azienda resta sempre responsabile per ciò che l’AI comunica. Il cliente ha ottenuto un risarcimento.
Lezione per Air Canada: non fidarsi ciecamente di quanto prodotto da un chat bot AI.
E nemmeno noi stessi: ad esempio, sabato scorso ho giocato a minigolf con quattro amici. Al termine della partita, ho fotografato il foglietto dei punteggi, che ciascuno di noi aveva ottenuto sulle 18 buche, e ho chiesto a Perplexity di calcolare la classifica finale. La graduatoria risultava credibile, ma ho notato che all’ultimo classificato venivano attribuiti 90 colpi totali su 18 buche, mentre facendo personalmente il calcolo risultavano in realtà 74 colpi.

L’errore: usare l’AI come fabbrica di testi preconfezionati, senza personalizzazione.
Gaito ha usato la metafora del seme: se non ci metti un’idea originale, l’AI non ha nulla da coltivare.
Il mio punto di vista: la rivista Gravità Zero, si interroga se i modelli di AI possono produrre idee più originali dei ricercatori scientifici. Se approfondiamo l'articolo, si comprende che la “creatività” dell’IA consiste nella capacità di combinare informazioni e generare ipotesi che non erano state ancora esplorate dagli scienziati umani. Si tratta, quindi, di velocità nell'elaborare una immensa quantità di dati.
E nel campo marketing, l’unicità è il cuore di ogni brand. Se tutte le aziende usano lo stesso prompt, l’output sarà lo stesso. Con marchi di poca "personalità".
I bias dell’intelligenza artificiale sono distorsioni o pregiudizi sistematici che emergono nei risultati prodotti dai sistemi AI. L’errore sarebbe quindi pensare che l’intelligenza artificiale sia neutrale e non abbia bias.
Gaito ha citato casi molto seri (in tribunali, in reparti HR), ma anche i content creator devono fare attenzione. L’AI tende a confermare i nostri pregiudizi (bias di conferma), rafforzando narrazioni distorte. Tende a darci ragione.
Il mio punto di vista: come web marketer, questo è un rischio. Se cerchi “perché la SEO è morta”, l’AI te lo confermerà. Se invece chiedi “come si evolve la SEO oggi”, ti apre nuove prospettive. Dipende dalla domanda. Ogni parola che scegli nel prompt è una lente con cui l’AI guarda il mondo.
L’errore: credere che scrivere dieci contenuti in un’ora equivalga a lavorare meglio.
"All’inizio sembra un superpotere"- testimonia Gaito - "Riesci a fare in un’ora quello che prima ti richiedeva mezza giornata. Ti senti più veloce, più produttivo, quasi invincibile. Ma fermiamoci un attimo: è davvero un progresso o solo un’illusione di efficienza?"
Sì, è vero, ora puoi scrivere dieci articoli in un’ora. Ma sono davvero utili? Dicono qualcosa di nuovo? Offrono valore? Se quei contenuti sono generici, ripetitivi o, peggio, inutili, allora stiamo solo moltiplicando la quantità di rumore.
E qui viene fuori il problema: feed di LinkedIn pieni di post fotocopia, testi che sembrano scritti con lo stampino, idee già digerite. Se la qualità scende, stiamo semplicemente accelerando il declino della comunicazione online.
Il mio punto di vista: ho visto aziende creare 60 articoli in un mese con ChatGPT, quando prima erano con un blog inerte. Ma nel report SEO mensile, solo due hanno portato traffico. Scrivere molto non significa scrivere bene. Il contenuto senza strategia è solo rumore. L’AI deve essere integrata con una visione, un funnel, una conoscenza del cliente.
L’errore: usare prompt vaghi, ottenere risultati vaghi.
Gaito ha usato l’espressione “garbage in, garbage out”: se metti spazzatura, ottieni spazzatura dall'AI.
Ad esempio, se il mio prompt è "Parlami della storia di Roma", la domanda è troppo generica. L’AI potrebbe parlare dell’antica Roma o della città moderna o, addirittura, della Roma calcistica. Meglio chiedere: "Quali sono stati gli eventi principali che hanno portato alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente circa nel 450 d.C.?"
Il mio punto di vista: in Fromlu, ogni prompt è come un piccolo progetto. In cui si definisce la struttura, il tono, obiettivi e pubblico prima ancora di scrivere.
Così per un brand, un buon prompt è come un buon brief per un copywriter: se è confuso, il risultato sarà mediocre.
Consiglio pratico: usa sempre il metodo delle 5W (Who, What, Where, When, Why) anche nei prompt. E chiedi sempre all’AI: “Su cosa hai basato questa risposta?”
La frase finale di Gaito riassume tutto: “La conoscenza siamo noi. L’intelligenza artificiale è il moltiplicatore.” Se perdiamo il nostro ruolo attivo, l’AI non ci renderà più intelligenti, ma solo più rapidi nel fare errori.
In un’epoca dove tutti possono produrre contenuti, chi sa pensare prima di generare ha un vantaggio competitivo che nessun algoritmo può sostituire.