
Il 13 e 14 maggio ero a Milano, al più grande evento (almeno così dicevano gli organizzatori) dedicato all'AI, in Europa: AIWeek 2025.
È stato assai interessante parteciparvi e tra i migliori workshop ho riscontrato "Cosa resta dell’umano con l’avvento dell’IA", del Prof. Nicola Donti dell'Università di Perugia.
Le sue riflessioni hanno toccato corde profonde. L'analisi del professor Donti invita infatti a guardare oltre la mera imitazione delle reti neurali, che può avere l'intelligenza artificiale, e a considerare aspetti dell'essere umano che l'AI, almeno per ora, fatica a replicare.
Spesso, quando pensiamo all'intelligenza artificiale, la paragoniamo al cervello umano, focalizzandoci sulle reti neurali. Ma l'intelligenza umana potrebbe non risiedere unicamente lì. Un esempio citato nel workshop riguarda Albert Einstein: le scoperte sul suo cervello post-mortem rivelarono un numero di cellule non neuronali (quelle che supportano e nutrono i neuroni) quattro volte superiore alla media. Questo suggerisce che la complessità del nostro intelletto potrebbe andare oltre la semplice struttura neuronale.
Inoltre, l'intelligenza umana è "incarnata".
Siamo esseri con un corpo, una fisicità che per lungo tempo è stata vista quasi come un limite o un peso. Eppure, è proprio attraverso il corpo che proviamo sensazioni, che interagiamo con il mondo in modo diretto e non mediato. L'IA, priva di un corpo e di una sensibilità intrinseca, manca di questa dimensione fondamentale. Questa assenza di corporeità e sensibilità potrebbe rendere la sua intelligenza intrinsecamente diversa, meno profonda, della nostra.
Il primo elemento cruciale che resta profondamente umano è l'empatia. Come sottolinea Daniel Goleman, l'empatia è alla base di un'intelligenza superiore, la capacità di mettersi nei panni degli altri. L'intelligenza artificiale può essere addestrata a riconoscere le emozioni: sa analizzare un'espressione facciale o il tono della voce e identificare uno stato emotivo. Può persino fornire una risposta "appropriata" a quell'emozione.
Tuttavia, c'è una differenza sostanziale: l'IA riconosce l'emozione, ma non la prova. La sua risposta è razionale, basata su schemi e dati. La risposta umana, nutrita dall'empatia, non è solo razionale; è intrisa di risonanza emotiva. È un sentire con l'altro, una comprensione che va oltre la logica.
Se la ragione fosse il culmine dell'intelligenza, come ipotizzato in alcune correnti filosofiche, allora forse l'IA sarebbe superiore. Ma sappiamo che la complessità umana abbraccia dimensioni che trascendono la pura razionalità.
Un altro pilastro dell'essere umano, non delegabile all'intelligenza artificiale, è l'etica.
L'etica nasce dalla consapevolezza del limite e, soprattutto, dalla comprensione che la tecnologia è uno strumento privo di fini propri. La sua funzione primaria è riprodurre se stessa, ottimizzare processi, ma non ha una direzione intrinseca, uno scopo ultimo.
È l'essere umano che possiede la capacità e la responsabilità di governare la tecnologia, indirizzandola verso scopi che consideriamo giusti e significativi. Come direbbe Luciano Floridi (citato nel workshop), abbiamo una responsabilità di "design", di disegnare il futuro verso cui vogliamo che l'IA si muova.
La tecnologia non ci dirà mai perché fare qualcosa, ma solo come farla in modo efficiente.
Fornire la direzione, il "perché", è un compito etico che spetta a noi. Ed è fondamentale agire ora, prima che i sistemi siano così integrati e pre-programmati da rendere difficile deviare dalla rotta.
È facile cadere nella narrazione rassicurante: "La uso solo come strumento, dipende tutto da come la usi". Il Professor Donti, citando il filosofo Marshall McLuhan, mette in guardia contro questa visione, definendola un alibi. McLuhan sosteneva che l'uso stesso di una tecnologia ci cambia. L'esempio dell'uso di PowerPoint è illuminante: utilizzare le slide con bullet point può, inconsciamente, portare a pensare in modo frammentato, strutturando il pensiero in elenchi puntati, con una preoccupazione quasi eccessiva per la forma e le animazioni rispetto ai contenuti.
L'uso di uno strumento modifica inevitabilmente il nostro modo di pensare e agire. Questo non significa demonizzare la tecnologia, ma diventarne consapevoli. La consapevolezza è la chiave per opporre resistenza, per decidere se l'uso di una determinata tecnologia sia davvero necessario in ogni circostanza.
La facilità offerta dalla tecnologia ha un suo "lato oscuro". Usare sempre Google Maps, ad esempio, ci rende più facile raggiungere una destinazione, ma rischia di atrofizzare la nostra capacità di orientarci autonomamente, di scegliere punti di riferimento nel mondo fisico.
Analogamente, i suggerimenti personalizzati di piattaforme come Netflix o Spotify, pur essendo efficaci nel proporci contenuti in linea con i nostri gusti, rischiano di limitare la nostra esposizione a ciò che è inaspettato, a quella "serendipity", quella casualità che può portare a scoperte sorprendenti e fuori dai nostri schemi abituali.
La paura del caos sembra essere una molla potente dietro la creazione di molte tecnologie, inclusa l'intelligenza artificiale.
Cerchiamo sicurezza nel controllo e nel potere. Di fronte al caos, istintivamente, cerchiamo di mettere ordine, di ripristinare l'"Apollineo" di cui parlava Nietzsche, in contrapposizione al "Dionisiaco" caotico.
L'IA è uno strumento potente per rimettere ordine, per analizzare e strutturare dati. Ma molte scoperte scientifiche, da Fermi a Fleming, sono nate da pura casualità o coincidenza. L'evoluzione umana stessa è segnata dal caos.
E gran parte della nostra bellezza risiede proprio nell'imperfezione, in quella cifra distintiva che cerchiamo spesso di controllare e reprimere. Citando liberamente Nietzsche, "Solo chi ha il caos dentro può concepire una stella danzante". Ma se ci limitiamo a numerare e descrivere le stelle come meri dati, rischiamo di spegnerne la magia.
Il mistero esiste e risiede nell'inesprimibile, come sosteneva Wittgenstein. Anche quando la scienza avrà risposto a tutte le sue domande, i problemi fondamentali dell'essere umano rimarranno intatti.
Il quarto e forse ultimo baluardo da difendere è l'inconscio. Le macchine non hanno un inconscio. Non possiedono quel "continente nascosto", descritto da Freud, che per secoli la filosofia ha visto con sospetto perché ingestibile e ingovernabile. Freud ebbe il merito di riabilitarlo, riconoscendolo come un bacino straordinario di elementi e risorse.
L'inconscio non è fatto di regole, ma di eccezioni, di errori, di cadute, di inciampi. È una risorsa incredibile per la nostra intelligenza, un motore che sfugge alla logica binaria e alla prevedibilità delle macchine.

Pensando agli antichi greci, Dioniso, la divinità spesso associata al caos e alle profondità, era considerata la più saggia. Questo perché la vera saggezza non risiede solo nella luce e nell'ordine (l'Apollineo), ma anche nella capacità di esplorare e comprendere le profondità e l'oscurità dell'animo umano. Un eccesso di luce, un mondo eccessivamente ordinato e "apolineo", rischia di essere pericoloso, di "bruciarci".
Secondo il professore Donti, oggi il rischio più grande è che la tecnologia agisca da anestetico. Ci addormenta, attutisce la nostra capacità critica, ci rende passivi di fronte ai cambiamenti. Come il "Tafano di Atene", Socrate, che pungeva le coscienze per risvegliarle, abbiamo bisogno di resistere a questa anestesia.
La scelta è chiara, riprendendo la bellissima metafora dalla canzone di De Gregori "Buffalo Bill": vogliamo essere locomotive, che seguono una strada assegnata, o bufali, capaci di scartare di lato, anche a rischio di cadere?
L'IA ci offre strumenti potenti e percorsi efficienti, ma sta a noi decidere se seguirli ciecamente o preservare la nostra capacità di deviare, di esplorare il caos, di attingere all'inconscio, di sentire con empatia e di guidare con etica.
In questo risiede, forse, l'essenza più profonda dell'essere umani nell'era dell'intelligenza artificiale.
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